Saturday, 7 April 2007

Dal Krautrock al Krautpunk


Il loro precedente Smack Smash aveva riscosso, almeno in Germania, consensi unanimi; trainato da singoli eccellenti come Hand in Hand ed Hello Joe (dedicata a Joe Strummer), l'album aveva fatto fare al quintetto d'oltralpe un deciso salto di qualità.
Tre anni dopo i Beatsteaks tornano con questo Limbo Messiah e proseguono, grossomodo, sulla falsariga del predecessore: un punk infetto di pop (ma di classe, non parliamo di Sum 41 o Blink 182), debitore, tanto per restare in tema, dei primi Clash ma anche di certa new wave anni ottanta.
Il tempo dirà se Limbo Messiah reggerà il paragone con Smack Smash, per ora lasciamoci cullare, energeticamente, s'intende, da brani come l'iniziale As I Please, dal singolo Jane Became Insane o dalle finezze (lievemente) contaminate di elettronica di Cut Off the Top.
Una piacevole conferma... il 29 maggio saranno di scena al Volkshaus di Zurigo, consiglio vivamente di esserci.

Friday, 6 April 2007

Okkervil River: una fiaba fatta musica

Gli Okkervil River sono una delle realtà musicali piu' interessanti degli ultimi anni, ed anche una delle meglio nascoste agli occhi del grande pubblico; forse è questo status underground a conservarne il fascino misterioso, fascino che solo le indie bands meno esposte conoscono e, sopratutto, a preservarne la musica, mantenendola, di fatto, fresca, intensa, sincera.

Ho avuto modo di scoprirli grazie alle letture del Mucchio, rivista a cui saro' sempre grato per tutti quegli straordinari incontri musicali che ogni mese mi permette di fare; il mio primo approcio al mondo di Will Sheff (il deus ex machina del tutto, dalle musiche alle incredibili copertine) e soci l'ho vissuto sulle note dell'ep Black Sheep Boy Appendix, uscito a fine 2005 come ideale compendio all'album Black Sheep Boy. Quelle sette tracce mi stregarono a tal punto che, di lì a poco, mi portai a casa anche il suo predecessore ed altri due album della band, Don't Fall in Love with Everyone you see e Down the River of Golden Dreams.

Che dire della musica? Lo definirei, ma facendolo limiterei di molto il potenziale espressivo del gruppo, come una sorta d'incontro tra il folk di stampo tipicamente americano, un country venato di alternativo, la sghembezza dell'indie rock e, non da ultimo, una sottilissima vena dark, accentuata, direi, nelle ultime prove.

Brani come No Key, No Plan e Another Radio Song, da Appendix, sono incredibili esempi di altrettanto incredibile ispirazione; per non parlare di Black o For Real, contenute in Black Sheep Boy, o della dolcissima e malinconica Seas Too Far To Reach, tratta da Down the River of Golden Dreams. Ma sono gli album nel loro insieme a rendere grandi, anzi, immense, queste piccole composizioni sonore che crescono, s'ingigantiscono, ascolto dopo ascolto.

Dal vivo gli Okkervil River sono un'esperienza unica, tanto l'alchimia tra gruppo, e Sheff in particolare, dotato di una voce e di un carisma veri, e pubblico é intensa.
Come dico sempre: provare per credere, controindicazioni non ve ne sono affatto.

Tuesday, 3 April 2007

A-ha Shake Heartbreak: sono tornati i parenti di Leon


Ne é passato di tempo dal mio ultimo post. In effetti, senza piu' internet a casa era assai difficile tenere aggiornato il blog; vabbé, spero di non assentarmi piu' tanto a lungo.


Per inaugurare la primavera ho pensato di celebrare il ritorno dei Kings Of Leon, un gruppo i cui primi due dischi mi avevano molto colpito e coinvolto, nonostante il fatto che di nuovo, sotto il sole, non ci fosse molto.

Se su Youth & Young Manhood i tre fratelli piu' cugino sembravano una sorta di versione punk dei Creedence Clearwater Revival, sul successivo Aha Shake Heartbreak il sound cominciava a farsi piu' personale, influenzato da una certa vena metropolitana cara agli Strokes, sempre e comunque dominato dall'inconfondibile voce di Caleb Followill.


Brani come Holy Roller Novocaine e California Waiting, dal primo lavoro, o Bucket e Taper Jean Girl dal secondo hanno il sapore dei classici, almeno per il sottoscritto.

Il 30 marzo è uscito, finalmente, direi, dato che l'attesa durava dal 2004, il terzo album del quartetto, Because of the Times; ammetto di non averne avuto che un rapido assaggio, in attesa che il postino mi consegni l'agognato pacchetto, ma l'impressione è che i Kings stiano completando una maturazione che, nel prossimo futuro, potrebbe regalarci tante soddisfazioni musicali. Incrociamo le dita...

Thursday, 1 February 2007

Iron and Wine: agrodolci melodie


Ritengo una specie di eresia il fatto che questa incredibile creatura musicale ancora appartenga ad un underground che le sta, in tutta franchezza, assai stretto.
Nati nel South Carolina, creatura di quel Sam Beam che fu e sarà la mente del gruppo, toccano, con l'EP Woman King, un apice con cui sarà difficile misurarsi negli anni a venire.
Meraviglie sonore quali Jezebel, istanti d'infinita dolcezza regalati al nulla, Gray Soldiers, blues rurale sposato al tribale ritmo delle prime tribù, Freedom Hangs Like Heaven, country imbastardito dalla psichedelia e dalla struggente malinconia folk, e Evening on the Ground, tela di note ricamata su un silenzio struggente e rumoroso, testimoniano di un gruppo in florida ispirazione e in assoluta ricerca della musica.
Un toccasana per anima e cuore...davvero!

Tuesday, 23 January 2007

Booker T. and Stax Records

Qual è il miglior strumentale di sempre, nella lunga storia di rock e affini?
Si potrebbe dibattere per ore ed ore su questo spinoso quesito; personalmente, però, non avrei alcuna esitazione nel rispondere che Green Onions, di Booker T and The Mg's vince, anzi, stravince la palma come miglior strumentale dell'ultimo mezzo secolo (abbondante) di musica.
Correva l'anno 1962, per la precisione era il mese d'agosto, e la giovane etichetta Stax Records, principale antagonista dell'altrettanto mitica Motown, dedita a sonorità più pop (ma non per questo meno incisive e vibranti), metteva in circolazione il singolo di un giovane fenomeno delle tastiere, Booker T, accompagnato dalla sua incredibile band, gli Mg's, appunto. Questo nonostante alcuni dirigenti della casa discografica di Memphis non fossero affatto convinti delle potenzialità del brano; quanto si sbagliavano! Col suo attacco di organetto e l'incedere di una chitarra ruvida e blueseggiante e di una batteria secca e precisa nasceva un brano perfetto, trainante, un ritmo cui nemmeno un sordo avrebbe potuto resistere.
Ma nella sua incredibile scuderia di talenti (basti ricordare Otis Redding e Sam & Dave per fugare qualsivoglia dubbio) la Stax contava altri talentuosi gruppi strumentali; in primis gli incredibili Mar-Keys, autori di un altro classico istantaneo come fu Last Night (nonchè di un'altra dozzina di perle più o meno sconosciute), i Triumphs, la cui Burnt Biscuits fa gelare le ossa dai brividi, i Cobras, a dire il vero solo in parte dediti a strumentali, come pure gli eccellenti Four Shells di Hot Dog.
Il sound di Memphis non appartiene dunque unicamente ad Elvis e Booker T ed i suoi compagni d'etichetta ce lo dimostrano appieno. E, a proposito, per il sottoscritto nella virtuale top five degli strumentali di sempre non può certo mancare Moby Dick dei Led Zeppelin e almeno un pezzo surf, ma queste sono altre storie...

A seguire una versione live di Green Onions. Il volume è terribilmente basso, ma il fascino della canzone resta intatto.
http://www.youtube.com/watch?v=3Uv-18oG9AE

Indie paralleli


Tanto per rimanere in tema indie music...
Nell'attesa degli Shins ho disperatamente cercato di colmarne il vuoto discografico affidandomi ai più disparati gruppi dediti a sonorità più o meno simili.

I primi furono i Fruit Bats, il cui Spelled in Bones accompagnò musicalmente il mio autunno 2005; i richiami agli amati Shins si sprecano sul disco di questo duo, ma ciò non toglie nulla alla magia di brani come Born in the Seventies e Legs of Bees.

Nella primavera dello scorso anno mi imbattei poi nei Dios Malos , il cui omonimo debutto mi entusiasmò relativamente; lo definirei come una sorta di incontro tra Beck e gli irrinunciabili Shins, con alcune piacevoli sorprese come la dolce Say Anything o la struggente My Broken Bones (quest'ultima decisamente vicina agli Okkervil River meno acustici), ma nel complesso mi pare un disco eccessivamente prolisso e, in taluni punti, persino autocompiaciuto.

Gli ultimi vice-Shins, in ordine di tempo, hanno uno dei nomi più esilaranti degli ultimi anni: Someone Still Loves You Boris Yeltsin, il cui debutto Broom miscela alla perfezione i soliti noti con una certa malinconia fortemente debitrice del compianto Elliott Smith. Una mezzora di tranquillità e sospiri, intensa ma non stressante, come solo il buon indie sa essere.

Di seguito, uno dei pezzi migliori degli Someone Still Loves You Boris Yeltsin, l'agrodolce Oregon Girl.

http://www.youtube.com/watch?v=7QkNDGn1VL8

The Shins: Wincing the night away


Dopo un'estenuante attesa durata quattro anni, ecco che mi ritrovo tra le mani il nuovo lavoro degli indie-rockers The Shins.
Confesso d'aver amato il debutto Oh, Inverted World, trascinato da quel gioiellino che risponde al nome di New Slang (ricordate le sue note accompagnare l'ottimo film Garden State?), e d'aver praticamente adorato il seguente Chutes Too Narrow, forte di perle come So Says I, Kissing The Lipless e Pink Bullets. Da allora, come detto, sono trascorsi quattro anni; questo nuovo album non delude le aspettative, ma, a conti fatti, è di qualche gradino inferiore al suo diretto predecessore. Il brano d'apertura Sleeping Lessons e Phantom Limb, primo singolo, sono delicate composizioni degne dei migliori Shins, ma, alla lunga, il disco sembra perdere parte del suo mordente. Voglio tuttavia lasciare tempo al tempo, poichè ho la netta impressione che queste siano canzoni che crescono ascolto dopo ascolto, fino a radicarsi nelle oscure profondità cerebrali senza più abbandonarle. Intanto mi immergo in questo limbo di melodie e nell'astrusità galattica della stupenda (secondo me) copertina.

Il singolo, Phantom Limb.

http://www.youtube.com/watch?v=OkITsv3Nk6M