Monday, 11 June 2007

Canzoni patetiche con cui sciogliersi in un brodo di giuggiole

Ebbene sì, sto perdendo colpi!
Nelle ultime settimane, causa un evento imprevisto e del tutto inusuale per me (almeno, pensavo fosse inusuale, ma mi sbagliavo) di cui preferirei evitare i dettagli, ho cominciato ad affondare nelle note delle canzoni più strappalacrime (o strappamutande, come direbbe qualcuno) che la mia giovane mente abbia mai conosciuto.

Ve ne sottopongo un elenco; forse un giorno me ne pentirò, ma, ora come ora, sono soggiogato dalle note dei brani a seguire. Buone risate.

Al primo posto, inattaccabile, metto A Whiter Shade Of Pale dei mitici Procol Harum; credo che più a fondo di così non si possa davvero andare!
A seguire direi Unchained Melody, dei Righteous Brothers; avete presente la scena di Ghost (arghhh!!) con Demi Moore che modella l'argilla? Ecco, oggi come oggi io mi sento quel pezzo d'argilla.
Al terzo posto piazzerrei Killing Me Softly di Roberta Flack, tanto per galleggiare impunemente su un mare di patetica malinconia....e già sto toccando il fondo.
Quarto posto a When A Man Loves A Woman di Percy Sledge; se siete diabetici, a questo punto, rischiate davvero un'overdose di zucchero.
Per chiudere questa dubbia (e raccapricciante) top five, scelgo Sweet Child O' Mine, dei Guns N' Roses; ecco, se mi vedete per strada potete anche prendermi a pugni, magari riuscite a destarmi da quest'abisso di mielose e melense canzoni. Io, per ora, ne sono schiavo, e credo di essere sull'orlo della follìa...

Wednesday, 6 June 2007

Nine Inch Nails, ma dove siete finiti?

Una bella domanda, davvero! Insomma, il nuovo disco, Year Zero, è uscito da un po', preceduto dal singolo Survivalism; già quest'ultimo mi aveva lasciato perplesso, in un primo tempo, ed amareggiato, in seguito. Una schifezza orripilante, se devo essere sincero; pop elettronico prevedibile, scontato, privo di qualsivoglia mordente, del tutto svuotato da quel mood malsano ed oscuro che accompagnava, in genere, le uscite discografiche del signor Reznor.

Beh, diciamo che alcune avvisaglie c'erano già state con l'ultimo album; alla lunga l'avevo trovato un disco noioso, a parte qualche buon episodio qua e là, sopratutto se paragonato al suo illustre predecessore, quel The Fragile che era stato un po' la summa del lavoro dei Nine Inch Nails.
Ma, mi dicevo, un passo falso (in questo caso un mezzo passo falso, ad esser onesti) può capitare a tutti, invece...suonerà cinico e stupido, ma credo, anzi, sono certo, che la scarsa ispirazione di Trent Reznor coincida con la sua recente disintossicazione da alcool e droghe varie. Insomma, Mr Self Destruct ha messo la testa a posto e, per quanto possa essere felice per lui come persona, non lo sono altrettanto per quanto riguarda lui come artista.

Dischi come The Downard Spiral, Broken e il già citato The Fragile nascevano dalle tenebre oscure della sua mente malsana; era una musica affogata nell'eccesso, nel nichilismo, nell'odio e nel dolore, e proprio per questo risultava così valida, così vera, così unica.

La realtà, per quanto possa far male, è che l'ispirazione, spesso, tende a svanire, e con essa la buona musica e le emozioni che era in grado di suscitare. E, putroppo, nemmeno Trent Reznor fa eccezione...

Tuesday, 5 June 2007

Blackmail, un segreto fin troppo ben custodito

Sono di Coblenza, i Blackmail, quartetto attivo da più d'un decennio, dedito ad un indie-alternative rock di pregevolissima fattura, non distante dalle atmosfere dei primi Smashing Pumpkins sapientemente miscelate con la perfette melodie dei Beatles, con un cantante che si trova a metà strada tra un Brian Molko libero dalla sua (alla lunga) patetica intonazione ed un Billy Corgan meno egocentrico ed autocompiaciuto.

Il loro capolavoro, a parer mio, è questo Friend or Foe?, del 2003, in cui i quattro, guidati dai fratelli Ebelhäuser, raggiungono il proprio apice creativo, con un susseguirsi di brani intensi, altalenanti tra le malinconiche dolcezze di Airdrop e Fast Summer e le ruvide e possenti Evon (dove l'eco dei QOTSA riecheggia in tutta la sua fulgida e granitica potenza), Sunday Sister o la lunga e psichedelica cavalcata conclusiva Friend.

Lo scorso settembre me li sono goduti live a Winterthur in un concerto memorabile per intensità e solidità; sul palco i Blackmail confermano quanto di buono, anzi, di ottimo, confezionano su disco, laddove il ruvido suono della chitarra si fonde con l'abissale profondità degli attimi più quieti ed intimi...scopriteli, ne rimarrete piacevolmente estasiati.

Monday, 4 June 2007

High Fidelity: la musica che si specchia nella vita

L'altro giorno ho riguardato, per la milionesima volta, credo, High Fidelity, splendido film di Stephen Frears tratto dall' omonimo romanzo di quel grandissimo autore che risponde al nome di Nick Hornby. E' uno dei miei film preferiti, per una moltitudine di motivi: innanzitutto, se le prime note che escono dalle casse sono quelle di You're gonna miss me, dei 13th Floor Elevators, la pellicola già si ritaglia uno spazio di primo piano nel mio cuore. L'intera storia ruota poi intorno alla musica e all'amore, visto dal punto di vista maschile, per cui non faccio fatica ad identificarmici, anzi; Rob, il personaggio principale, potrei essere io, o quasi. Adora la musica, vive per essa, fa(ceva) il dj e registra compilation per le ragazze che gli piacciono, si ubriaca malamente per le sue pene d'amore e si pente degli errori commessi, ma solo quando, ormai, è troppo tardi...

Poi c'è Jack Black, e Jack Black, per quanto in molti lo possano ritenere un idiota, è un idolo, sopratutto nei panni di Barry, intransigente e rissoso freak musicale da antologia. Anche in lui mi rivedo, almeno in parte.

Ma, sopratutto, High Fidelity è un'analisi perfetta della complessa ed incomprensibile (spesso, perlomeno) natura del rapporto uomo-donna, dei suoi malintesi, fraintendimenti, delle sue bugie o cose non dette, del dolore e della gioia che sa regalare, dell'odio e della rabbia che, a volte, ne scaturiscono. Come detto,mi ci identifico, forse mai come in questo frangente di vita...

Tuesday, 22 May 2007

Starsailor, quando la malinconia brilla nella notte



Riscoprire i dischi è un evento unico ed irripetibile, ma riscoprire capolavori è dificilmente descrivibile.

Ritrovarsi con qualcosa che si era amato ma che, chissà per quale ragione, era stato messo da parte, nel cassetto dei ricordi perduti, ha un sapore speciale, quasi di rivincita.

Così mi sono sentito, la scorsa notte, quando, come di conseueto, per calarmi nell'oscurità, ho scelto un disco che mi accompagnasse; il mio lettore era secoli che non assaggiava Love is Here, degli Starsailor, e posso immaginarmi quanto gli fosse mancato, in questo infinito lasso di tempo.

Brani come l'iniziale Tie Up My Hands, la successiva Poor Misguided Fool o la seguente Alcoholic sono lacrime amare versate in un pozzo nero, in cui non risplende nè la luce del sole, nè il bagliore lontano della luna...diamanti dannati, figli di Tim Buckley quanto dei primigenei Radiohead, dolci lamenti che si perdono nel nulla della notte...

She Just Wept, che come ghiaccio scorre sulla pelle e la scuote nel fremito del freddo, pare essere una remota oasi di pace per i sensi, ma svanisce nel suo incantesimo agrodolce...Love Is Here, con la sua cadenza elegante, col dolore che si porta appresso, come un bagaglio di cui si vorrebbe liberare...

Musica che fa male, questa, ma che porta con sè un senso di sollievo e pace che riempie ogni ascolto, come un prato che fiorisce nel gelo, come l'oscurità che si tinge dei rosei sprazzi dell'alba... Da assaggiare in queste nottate estive, che sembrano non avere nè inizio, nè fine...

Monday, 21 May 2007

Le Zucche stanno marcendo...o no?


E' ormai questione di pochi giorni, l'uscita del nuovo album (il sesto, se non si conta Machina 2, uscito solo in rete) dei riformati Smashing Pumpkins, anche se riformati è un parolone, dacchè della formazione originale restano il deus ex machina Corgan e l'ex tossico, nonchè batterista eccezionale, Chamberlin.


Premetto di esser (stato) un grande fan della band di Chicago, fin dall'incredibile debutto Gish, dal suo eccelso seguito Siamese Dream fino al mastodontico Mellon Collie and the Infinite Sadness.

Musica capace di trasportare pensieri ed emozioni in luoghi lontani, sognanti, fantastici... Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo a Sursee nel lontano 1997, quand'erano all'apice della loro forza creativa.


Questa forza creativa si dissolse del tutto nel semi-elettronico Adore, che di adorabile, per il sottoscritto, aveva ben poco; dov'erano finite le chitarre psichedeliche e ruggenti, dov'era rimasto il galoppare selvaggio della batteria (Chamberlin era da poco stato licenziato per i suoi evidenti problemi di droga) e, sopratutto, dove diavolo erano le canzoni? Passarono pochi anni e Machina/The machines of God siglò la fine delle zucche, nonostante, se paragonato al predecessore, l'album tentasse, perlomeno, di riacciuffare i fasti del passato, senza però riuscirvici.


Di acqua, sotto i ponti, ne è passata parecchia da allora; prima Corgan ci propina il progetto Zwan, lagnoso quanto basta per fermarsi ad un solo (per nostra somma fortuna) album, poi è il turno del suo album da solista, di cui preferirei non ricordarmi.

Gli manca la sua band, si lamentò un annetto fa, e da qui la reunion, col solo Chamberlin disposto a seguirlo nuovamente nel progetto delle sue zucche. Il primo assaggio di Zeitgeist, questo il titolo dell'opera, è il singolo Tarantula; le chitarre sono tornate, la batteria anche, ma l'ispirazione...beh, quella è svanita, tra le gloriose pagine del passato. Aspettando il disco nella sua interezza, preferisco andare a riascoltarmi Cherub Rock o Bullet with Butterfly Wings per provare emozioni vere, perchè la musica, in un certo senso, è come l'amore: la zuppa riscaldata è spesso indigesta.

Tuesday, 15 May 2007

The Coral: il Merseybeat della nostra generazione

Già col loro primo, omonimo, album, mi avevano trascinato a forza nel loro universo musicale; oscillanti tra il merseybeat tanto caro alla natìa Liverpool e le deviazioni psichedeliche della California dei sessanta, i sei proponevano una miscela tanto coinvolgente quanto annebbiata nei fumi del passato, e non solo...

Col secondo lavoro Magic & Medicine i Coral mettevano a fuoco le loro potenzialità in una successione di brani incredibili, Pass It On su tutti. Folk sposato al country miscelato coi Doors imparentati con il beat di quarant'anni fa, insomma, per qualsiasi nostalgico ( e non) una vera manna dal cielo.

Nightfreak & The Sons of Becker, mini album uscito pochissimi mesi dopo il sopracitato Magic & Medicine, suscitava un vago senso di irritazione; sembrava il frutto di un lavoro mai portato realmente a termine, lasciato sospeso a mezz'aria. Un mezzo passo falso.

Il sentiero, i sei ragazzi guidati da James Skelly, cantante di rara versatilità, lo ritrovano subito; The Invisible Invasion, datato 2005, riprende il discorso del secondo album, smussandone magari gli angoli più acidi. Trainato dall'ottimo singolo In The Morning il disco accompagna l'estate di quell'anno, confermando i Coral come una delle migliori bands inglesi del momento.

A breve, ancora non si sa con esattezza, dovrebbe vedere la luce la nuova fatica dei sei; nell'attesa mi lascio trascinare lontano da perle quali Dreaming of You, Bill McCai e Arabian Sand...